“UNO STRAPPO NEL CIELO DI CARTA”

“Beate le marionette,-sospirai,- su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà: nulla! E possono attendere bravamente e prender gusto alla loro commedia e amare e tener sé stesse in considerazione e in pregio, senza soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è un tetto proporzionato.”

 

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Mattia Pascal si dibatte, dando la ridicola impressione di essere oppresso dal nulla. L’impressione di un burattino che non sappia di essere legato ad un filo ma inconsciamente tenti disperatamente di liberarsi da tale filo. La storia di Pirandello, tragica e drammatica, ma al contempo ironica e umoristica, poichè l’assolutezza non appartiene alla modernità, non può appartenere alla modernità se è vero che il caos domina scopertamente le vite degli uomini e che essi, per non lasciarsene sopraffare, si identificano con ruolo precisi, assegnati dalla società, calando sul proprio viso una maschera nell’impossibilità di definire mai un volto vero e autentico. Ciò che Adriano Meis, Mattia, non vuole ammettere è che la morte domina la vita (la sua in particolare), cosa che il signor Paleari gli ripete continuamente, ma al di là di questa derisione si intuisce che Pirandello ha affidato molte delle battute chiave proprio a Paleari, il quale, pur non avendo un ruolo narrativamente rilevante, si fa portavoce delle parole principali del romanzo. Prime tra tutte, quell’invito ad assistere all’”Elettra” di Sofocle messa in scena da una compagnia di burattini nel quale afferma “Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta. Un buco nel cielo di carta: Oreste diventerebbe Amleto. L’assolutezza del personaggio antico si trasformerebbe nella contraddittorietà e nel dubbio dell’amletico personaggio moderno. Ciò che fa Pirandello è una critica alla consistenza dell’io e all’oggettività della realtà ad esso esterna. La metafora delle marionette e del loro teatrino allude al fatto che la nostra personalità è una costruzione fittizia, una maschera che indossiamo, al di sotto della quale non c’è nulla e che la realtà che ci circonda è anch’essa una costruzione nostra, una proiezione comoda alla nostra soggettività. Basta un nulla, però, per mettere in crisi tali costruzioni, come, appunto, lo strappo che si produce nel cielo di carta del teatrino. Quel cielo è falso, ma la marionetta è abituata a considerarlo vero. Lo strappo che vi si produce denuncia all’improvviso la sua falsità, e la marionetta entra in crisi, non riesce più ad aderire alla sua “parte”, è costretta a vedere se stessa e la realtà in modo nuovo,straniato, e tutte le sue abituali certezze si dissolvono, condannandola alla paralisi. Così il nostro agire è possibile solo se crediamo alle nostre costruzioni.E’ questa la condizione moderna, in crisi di certezze.

12383094_1733491573588871_1449181557_n(Gaia Maselli)

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