CHE COSA SONO LE NUVOLE ?

Che cosa sono le nuvole ?” è un cortometraggio di Pier Paolo Pasolini, presente nel film “Capriccio all’Italiana” 1968. Il film è una riflessione sul significato dell’essenza umana. Lo sceneggiatore infatti utilizza il dipinto di D. Velazquez , “Las Meninas” per rappresentare il tema dell’inganno e per esortare il pubblico ad entrare “dentro” il quadro mostra più livelli di messa in scena. Gli attori o filosofi-burattini, Otello e Jago, dietro le quinte si pongono domande sul perché delle loro azioni, si rendono conto di non vivere in una realtà lucida, chiara, pura, ma di essere guidati da un burattinaio, un mandante che muove i fili dei burattini condizionando eventi secondo i propri scopi. Per Otello e Jago la vita ha valore onirico in quanto si rivela all’uomo in modo deformato  Per sostenere la loro tesi i burattini aspetteranno uno spazzino che li getterà in una discarica, che si identifica con il mondo materiale. Per la prima volta i burattini sono a contatto con il mondo ideale, tanto da rimanere stupiti dalle nuvole << straziante , meravigliosa bellezza del creato >>, viene  superato l’inganno presente nella vita dell’uomo che fa fatica a scindere il falso dal vero. “Che cosa sono le nuvole ?” è, dunque, espressione del mondo ideale in cui la verità porta l’uomo a comprendere che la vita e la libertà sono un’illusione.
(Alessandra Vasienti)

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“UNO STRAPPO NEL CIELO DI CARTA”

“Beate le marionette,-sospirai,- su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà: nulla! E possono attendere bravamente e prender gusto alla loro commedia e amare e tener sé stesse in considerazione e in pregio, senza soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è un tetto proporzionato.”

 

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Mattia Pascal si dibatte, dando la ridicola impressione di essere oppresso dal nulla. L’impressione di un burattino che non sappia di essere legato ad un filo ma inconsciamente tenti disperatamente di liberarsi da tale filo. La storia di Pirandello, tragica e drammatica, ma al contempo ironica e umoristica, poichè l’assolutezza non appartiene alla modernità, non può appartenere alla modernità se è vero che il caos domina scopertamente le vite degli uomini e che essi, per non lasciarsene sopraffare, si identificano con ruolo precisi, assegnati dalla società, calando sul proprio viso una maschera nell’impossibilità di definire mai un volto vero e autentico. Ciò che Adriano Meis, Mattia, non vuole ammettere è che la morte domina la vita (la sua in particolare), cosa che il signor Paleari gli ripete continuamente, ma al di là di questa derisione si intuisce che Pirandello ha affidato molte delle battute chiave proprio a Paleari, il quale, pur non avendo un ruolo narrativamente rilevante, si fa portavoce delle parole principali del romanzo. Prime tra tutte, quell’invito ad assistere all’”Elettra” di Sofocle messa in scena da una compagnia di burattini nel quale afferma “Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta. Un buco nel cielo di carta: Oreste diventerebbe Amleto. L’assolutezza del personaggio antico si trasformerebbe nella contraddittorietà e nel dubbio dell’amletico personaggio moderno. Ciò che fa Pirandello è una critica alla consistenza dell’io e all’oggettività della realtà ad esso esterna. La metafora delle marionette e del loro teatrino allude al fatto che la nostra personalità è una costruzione fittizia, una maschera che indossiamo, al di sotto della quale non c’è nulla e che la realtà che ci circonda è anch’essa una costruzione nostra, una proiezione comoda alla nostra soggettività. Basta un nulla, però, per mettere in crisi tali costruzioni, come, appunto, lo strappo che si produce nel cielo di carta del teatrino. Quel cielo è falso, ma la marionetta è abituata a considerarlo vero. Lo strappo che vi si produce denuncia all’improvviso la sua falsità, e la marionetta entra in crisi, non riesce più ad aderire alla sua “parte”, è costretta a vedere se stessa e la realtà in modo nuovo,straniato, e tutte le sue abituali certezze si dissolvono, condannandola alla paralisi. Così il nostro agire è possibile solo se crediamo alle nostre costruzioni.E’ questa la condizione moderna, in crisi di certezze.

12383094_1733491573588871_1449181557_n(Gaia Maselli)

La Marionetta – Pinocchio e L’uomo di Latta

Carlo Collodi, nel 1883, scrisse “Le avventure di Pinocchio”, una marionetta che l’autore chiama erroneamente “burattino”. Infatti la prima viene mossa dai fili diretti ad un burattinaio e legati agli arti del giocattolo, il secondo si presenta invece come un guanto. Al termine della storia, Pinocchio si trasforma in umano, perdendo anche per sembianze del “vecchio Pinocchio di legno”. Questo per simboleggiare che la morte della marionetta significa la vita. Tradizionalmente, da autori come Orazio e Marco Aurelio, la marionetta veniva vista come la metafora di qualcuno che non sa agire autonomamente, che viene mosso da una volontà più grande che lo controlla e si libera di questo stato solo al momento della morte. Il significato della trasformazione di Pinocchio è quindi un rimando ed una rappresentazione di questo concezione classica. La storia di Collodi si presenta infine come una evoluzione rispetto a “l’uomo di Latta” descritto da F. Baum in “Il meraviglioso mondo di Oz”. Questo personaggio viene infatti salvato dagli altri protagonisti della storia, ai quali lamenta di non avere la possibilità di sentirsi completo, poiché non dispone di un cuore.
(Lara Longo)

Uno strappo nel cielo

Luigi Pirandello nel passo “Uno strappo nel cielo” de “Il fu Mattia Pascal” (XII cap.) affronta una questione centrale nelle sue considerazioni: la critica alla consistenza dell’io e all’oggettività della realtà. La metafora del teatro e delle marionette allude al fatto che, per Pirandello, la personalità dell’uomo è una costruzione fittizia, una maschera al di sotto della quale non vi è nulla, e che anche la realtà che ci circonda è una nostra costruzione, una proiezione della nostra soggettività. Tuttavia basta poco per mettere in crisi queste costruzioni, come appunto, lo strappo nel cielo di carta del teatrino. Il cielo è falso, ma le marionette lo considerano vero, perciò, quando ne viene denunciata la falsità attraverso lo strappo, esse entrano in crisi, non riescono ad aderire alla loro “parte” e sono costrette a vedere sé stesse e la realtà in modo diverso, straniato, così tutte le loro certezze si dissolvono, conducendole alla paralisi. Alla stessa maniera, il modo di agire dell’uomo è possibile solo se si crede alle costruzioni create, considerandole vere e ignorando il carattere convenzionale della realtà. Lo “strappo”, l’incidente casuale che ne svela la convenzionalità, tuttavia, obbliga l’uomo a prendere coscienza, lo pone dinanzi a dubbi e lo paralizza, inducendolo a perdere le certezze e i punti di riferimento che possiede.
(Angelica Anaclerio)
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